A.C. 2809-A
Grazie, Presidente. Colleghe e colleghi, il cosiddetto decreto Bollette, che inizia oggi il suo percorso in Aula, vede un nostro giudizio netto e chiaro: è un provvedimento debole e, soprattutto, intempestivo, che non affronta le cause strutturali del caro energia, che non costruisce alcuna prospettiva seria per le famiglie e per le imprese italiane.
Il Governo ha presentato un decreto-legge atteso per troppo tempo come risposta urgente a un problema che è reale, che esiste ed è grave, ma che non viene risolto: il differenziale di prezzo dell'energia elettrica tra l'Italia e i nostri principali competitor europei. Parliamo di circa 25 euro per megawattora rispetto alla Germania, 35 rispetto alla Francia, addirittura 45 rispetto alla Spagna: un divario che erode la competitività del nostro sistema produttivo ogni giorno e che comprime il potere d'acquisto delle famiglie, in particolare delle più vulnerabili.
Di fronte a questo problema, il Governo risponde con un provvedimento che redistribuisce risorse già esistenti, sposta oneri dentro il sistema, senza cambiare l'architettura, e porta il conto in bolletta, di fatto. Non ci sono nuove risorse strutturali, non c'è un disegno complessivo, non c'è una strategia di medio periodo.
Vorrei che partissimo da un dato certificato dalla BCE, che non è certo un'istituzione politicamente di parte. In Italia, le famiglie pagano l'energia elettrica fino al doppio rispetto alle imprese energivore: una distorsione strutturale, che non è chiaramente congiunturale. Il perché è noto: il meccanismo del prezzo unico marginale trasferisce il costo della fonte più cara - il gas naturale - all'intero portafoglio di produzione, comprese le fonti già ampiamente armonizzate, come l'idroelettrico, le rinnovabili incentivate, l'energia importata dal nucleare francese. Finché il prezzo dell'elettricità rimane agganciato al gas, basta una crisi internazionale - e ne abbiamo viste negli ultimi anni - per riportarci al punto di partenza.
Il quadro macroeconomico ci dice tutto. L'industria italiana ha attraversato, tra il 2019 e il 2026, una fase di shock successivi: pandemia, crisi energetica, rialzo dei tassi, rallentamento della domanda europea, crescente competizione internazionale sostenuta da massicce politiche industriali pubbliche, in particolare da parte degli Stati Uniti e della Cina. E, infatti, l'indice della produzione industriale segna meno 2,1 per cento nel 2023, meno 3,5 nel 2024 e il 2025 si attesta ancora sotto i livelli pre-pandemia.
Il divario di competitività tra l'Unione europea e gli Stati Uniti d'America ha raggiunto il 30 per cento del PIL pro capite, con il costo dell'energia identificato come fattore determinante, perché i prezzi europei sono due o tre volte quelli statunitensi. C'è un altro dato che dovrebbe allarmarci: nel biennio 2024-2025, le acquisizioni delle imprese italiane da parte dei soggetti esteri risultano sistematicamente superiori alle operazioni inverse. Stiamo perdendo progressivamente il controllo su segmenti strategici del made in Italy e il caro energia è uno dei fattori che rendono le nostre imprese vulnerabili a questa pressione.
La politica energetica non è un tema di nicchia: è, di fatto, la questione di sovranità industriale del nostro Paese. L'energia è l'infrastruttura materiale della competitività, come lo sono le reti di trasporto, il credito e, non ultimo, il capitale umano. La politica energetica deve essere valutata in funzione degli effetti sulla struttura dei costi delle imprese, sulla bancabilità degli investimenti industriali, sulla capacità di attrarre produzioni avanzate. Per troppo tempo, il dibattito ha separato la regolazione dei mercati energetici dalla politica industriale. Questa separazione, di fatto, non è più sostenibile, perché mina il nostro sistema di capacità di politica industriale.
Veniamo al merito. Il decreto prevede, per il 2026, un bonus per le famiglie vulnerabili di 115 euro, ma le risorse restano 315 milioni: nessun euro in più rispetto al passato e - attenzione - il contributo del 2026 non si somma ai 200 euro del 2025, come era stato inizialmente lasciato intendere. È una misura più debole rispetto a quella dell'anno scorso. Il Governo ha confezionato un annuncio come se fosse un aumento, ma i numeri raccontano un'altra storia.
È significativo anche un dettaglio, che passa spesso inosservato: il decreto prevede che il contributo ai venditori di energia elettrica per i clienti con ISEE fino a 25.000 euro sia su base volontaria. Ecco: volontaria. Non è un obbligo, non è una garanzia, è semplicemente un invito.
Questa scelta dice molto dell'approccio che ha il Governo, che preferisce affidarsi alla buona volontà del mercato piuttosto che costruire dei diritti certi per i cittadini, siano essi famiglie, siano essi singoli o siano esse imprese.
Siamo piuttosto soddisfatti del lavoro che abbiamo fatto in Commissione che, come ha ricordato il relatore, è stato veramente intenso e rapido, e anche il Sottosegretario lo ricorda. In Commissione abbiamo portato un nostro emendamento affinché il riconoscimento del contributo straordinario per i clienti domestici non sia subordinato all'adesione al servizio o altri prodotti accessori. È questo un piccolo risultato ma concreto, frutto di quel lavoro, appunto, che abbiamo svolto insieme ai colleghi in Commissione attività produttive.
Per le imprese che consumano energia si riducono alcuni oneri e si rimodulano incentivi esistenti, ma non si interviene sulle cause strutturali. Diciamo, si sposta il peso dentro il sistema e il conto viene portato in bolletta. La distorsione che, dicevo, evidenzia la BCE - che ha certificato che le famiglie pagano il doppio delle imprese energivore - beh, questo decreto non la affronta. Il meccanismo che lega il prezzo dell'elettricità al gas non viene riformato, la strategia industriale pluriennale non esiste. Questo decreto gestisce il presente, ma non costruisce niente per il futuro.
E poi c'è una misura che trasforma questo decreto Bollette in qualcosa di peggio: un vero e proprio decreto “Salva carbone”. In Commissione è stato approvato un emendamento, riformulato dal Governo, che rinvia al 2038 l'uscita dell'Italia dalla produzione di energia a carbone: la maggioranza sposta e proroga questa scadenza di 13 anni. La scadenza originaria era fissata al 2025, ma era già saltata, ma portare il phase-out al 2038 è una scelta politica che va nella direzione opposta alla transizione, che carica sulle generazioni future i costi ambientali, sanitari e che, di fatto, contraddice qualsiasi impegno credibile sul clima. Il carbone è la fonte energetica più inquinante, la più costosa in termini di emissioni di CO2 e quella che, nel mercato degli ETS, paga la tassa sull'inquinamento più alta, annullando di fatto qualsiasi convenienza economica rispetto al gas. Chiusa l'emergenza dei prezzi energetici per giustificare questa proroga, sa benissimo che è solo una scusa.
Questa è la vera cifra del decreto, che non è appunto un decreto Bollette, ma un decreto che ci consegna al passato. Lo diciamo con chiarezza, anche perché questa scelta è coerente con un atteggiamento più ampio del Governo. La Presidente del Consiglio Meloni ha chiesto, in sede europea, lo stop al sistema ETS, lo strumento cardine della politica climatica dell'Unione. Se da un lato, si chiede di ridurre i costi legati alle emissioni, come quelli appunto del mercato della CO2, dall'altro, si prolunga la vita delle centrali che quel carbone lo emettono in quantità massicce. È un disegno politico, per carità, coerente ma che va in una direzione: indietro, anziché andare avanti.
Come Partito Democratico non ci siamo limitati a trovare le cose che non vanno in questo decreto, che pure sono tante, ma abbiamo lavorato in modo intenso e propositivo costruendo un disegno complessivo e articolato su tre grandi obiettivi strategici, che abbiamo portato in Commissione attività produttive con forza e, soprattutto, con coerenza.
Il primo obiettivo è quello di rafforzare l'equità sociale. Non basta distribuire un contributo una tantum, occorre costruire un sistema stabile di protezione per le utenze vulnerabili con parametri aggiornati e meccanismi di erogazione automatica. Noi abbiamo proposto di superare il vecchio criterio del bonus sociale che lascia, di fatto, fuori molte famiglie in difficoltà reale, e di aprire il beneficio a tutte le famiglie con ISEE fino a 25.000 euro con una dotazione aggiuntiva di 300 milioni, appunto, portando la copertura complessiva da 315 a 615 milioni. Una scelta di equità che questo decreto non compie.
Sul fronte della trasparenza e della tutela dei consumatori abbiamo chiesto che il contributo fosse indicato in modo standardizzato in fattura, che venisse riconosciuto automaticamente senza che il cittadino debba richiederlo e che fosse vietata qualunque traslazione degli oneri sui clienti finali.
Come accennavo, su quest'ultimo punto abbiamo ottenuto un risultato concreto in Commissione: norme che trasformano il contributo da una misura discrezionale a un diritto esigibile con un sistema di monitoraggio trimestrale affidato ad ARERA. In Commissione poi sono state approvate anche alcune modifiche significative su altri fronti: le maggiori tutele per i consumatori nell'ambito dei contratti PPA, gli aggiustamenti al meccanismo di revamping degli impianti fotovoltaici e modifiche al regime degli incentivi per le bioenergie, con l'obiettivo di rendere il sistema più flessibile e meno esposto alle rigidità di bilancio. Sono passi in una direzione che riconosce in parte le criticità che avevamo segnalato, ma non cambiano il giudizio complessivo sul provvedimento. Abbiamo anche proposto di estendere una protezione equivalente agli utenti di reti per il teleriscaldamento, una categoria prevalentemente del Nord, che dipende esclusivamente da questa rete, senza alternative di fornitura, che il decreto lascia completamente scoperta, e anche agli enti del Terzo settore, anch'essi oggi esclusi da qualsiasi forma di riduzione degli oneri energetici, nonostante gestiscano dei servizi sociali di base con carichi energetici molto significativi. Penso alle mense, penso alle case di cura, penso a tutti quei luoghi più vicini appunto alle categorie più in difficoltà e vulnerabili.
Infine, abbiamo proposto di introdurre un parametro composito proprio per la vulnerabilità energetica che affianchi all'ISEE un indice di incidenza della spesa energetica sul reddito disponibile. Un criterio che allinea l'Italia alle migliori pratiche europee e pone le basi per una politica strutturale di protezione delle utenze deboli che superi la logica dell'emergenza permanente.
Il secondo obiettivo è stato quello di proporre delle alternative tecnicamente fondate al cuore del decreto. Il meccanismo di prelievo sui ricavi degli impianti termoelettrici a gas è la norma politicamente e tecnicamente più controversa che c'è nel provvedimento. Nella sua formulazione attuale rischia di produrre effetti perversi, perché colpisce indiscriminatamente i ricavi derivanti da contratti a lungo termine che il produttore ha già ceduto a prezzo fisso e sui quali non percepisce alcuna rendita dal prezzo di borsa. Il risultato sarebbe un doppio prelievo e un disincentivo strutturale alla stipula proprio di quegli strumenti di copertura che servono alla transizione energetica. Noi abbiamo chiesto di correggere questa distorsione, escludendo dall'aliquota i ricavi da contratti lunghi e introducendo il divieto esplicito di traslazione dell'onere sui prezzi finali, con potere sanzionatorio naturalmente da parte di ARERA.
Non ci siamo fermati alla critica. In questo senso, abbiamo avanzato 4 architetture tecniche alternative che abbiamo costruito con rigore. La prima è il contratto per differenze inverso per gli impianti marginali a gas. In sostanza, i produttori cederebbero al GSE i ricavi eccedenti al prezzo di riferimento che verrebbero poi redistribuiti ai consumatori finali tramite componenti tariffarie. È la proposta più robusta sul piano della certezza del gettito e della compatibilità con il diritto europeo, che replica per il lato termico la logica già adottata con successo per le fonti rinnovabili.
La seconda è un meccanismo di stabilizzazione anticiclica del prezzo marginale. Un corridoio di prezzo simmetrico, gestito dal GSE, che comprime automaticamente la volatilità senza richiedere interventi discrezionali del regolatore. Affianchiamo a questa proposta quella di un'accisa mobile sui prodotti energetici usati per la produzione di energia elettrica, con il gettito destinato alla riduzione degli oneri in bolletta.
Poi la terza è il disaccoppiamento strutturale della componente ETS dal prezzo marginale. La quarta, la più ambiziosa e di più lungo respiro, è la Carbon adjustment border europeo. Anziché rattoppi nazionali potenzialmente in conflitto con il diritto dell'Unione, proponiamo di impegnare il Governo a promuovere in sede europea (al Consiglio energia e all'Ecofin) un meccanismo che limiti la transizione della volatilità eccessiva del prezzo ETS nel prezzo marginale dell'elettricità. È la risposta italiana al dibattito della Commissione europea sulla riforma del market design post crisi energetica.
Ecco, abbiamo posto, come appunto dicevo, alcune alternative con un'architettura tecnica solida, proprio per sopperire a questo secondo obiettivo.
Il terzo obiettivo è poi quello di aprire cantieri normativi e di farlo sui temi che questo decreto trascura completamente perché la politica energetica non si fa soltanto tagliando qualche onere in bolletta, ma si fa costruendo un sistema. Le concessioni idroelettriche sono parte di questo sistema, uno dei dossier più complessi e irrisolti della politica energetica italiana. Abbiamo proposto una via alternativa alle gare europee che consenta appunto alle regioni e alle province autonome di riassegnare le concessioni al gestore uscente, a fronte di un piano pluriennale di investimenti, verificato da ARERA e da un soggetto terzo indipendente, con opere civili che siano di proprietà pubblica. La parte più innovativa è questa. Il concessionario riserverebbe una quota di energia a prezzi calmierati per i cittadini residenti e per il comparto produttivo locale, con i comuni che negoziano le condizioni direttamente con la regione.
Ecco, poi ci sono i contratti a lungo termine per le PMI. Il decreto prevede strumenti per favorire la stipula dei PPA, ma nella pratica per piccole e medie imprese, che non hanno la capacità contrattuale per accedervi singolarmente, rimane appunto un insoluto. Noi abbiamo proposto di aprire la garanzia pubblica all'aggregazione di imprese, valorizzando il merito creditizio collettivo - questa proposta è stata bocciata - per fare in modo che appunto si abbinino a questi strumenti informativi concreti schede economiche standardizzate sul portale GSE. Insomma, un sistema che supporti le piccole e medie imprese.
Poi c'è il capitolo delle bioenergie. Sul regime transitorio degli impianti a biogas e biomasse abbiamo chiesto una proroga ragionevole dei termini per l'uscita dagli incentivi, subordinata a una verifica tecnica dell'impatto sulla continuità produttiva. Nessun rinvio cieco, ma un approccio responsabile verso queste prospettive appunto legate alle bioenergie. Abbiamo anche proposto di proteggere gli impianti più piccoli (sotto il megawatt) da riduzioni sproporzionate delle ore incentivabili e di introdurre un meccanismo di flessibilità finanziaria per riallocare appunto tra le filiere delle bioenergie le risorse non spese.
Poi c'è il tema della rete elettrica e delle rinnovabili. Il problema più urgente della saturazione virtuale della rete è reale e urgente, ma la soluzione non può essere l'invalidazione automatica di tutte le soluzioni pregresse. Abbiamo proposto dei criteri selettivi e proporzionali e abbiamo anche chiesto la priorità di connessione per gli impianti con contratti PPA già registrati.
Poi c'è il tema dei data center. Il decreto introduce un procedimento unico per le autorizzazioni e condivisibile in linea di principio, ma con delle lacune evidenti. Abbiamo chiesto di estenderne il perimetro anche all'esercizio degli impianti, di introdurre la connessione ad interim e di aggiungere la verifica di conformità urbanistica. Sul fronte dell'accumulo energetico, indispensabile per integrare le rinnovabili, abbiamo chiesto priorità istruttoria per gli impianti che valorizzano infrastrutture esistenti, in vista delle prossime aste e per il mercato della capacità. Poi c'è il gas per le piccole e medie imprese. Il decreto introduce uno strumento di gas release, ma lo lega a un meccanismo di contribuzione straordinaria degli operatori che lo rende strutturalmente fragile.
Infine, ci sono alcune aperture tematiche che il decreto ignora del tutto: le comunità energetiche rinnovabili; il teleriscaldamento come vettore di decarbonizzazione industriale, laddove non ci sono alternative; le isole minori che attendono un fondo per l'interconnessione di rete; il corridoio dell'idrogeno verde tra il Marocco e Trieste che posiziona l'Italia come hub energetico mediterraneo; i benefici territoriali per i comuni con concessioni geotermiche; le proroghe necessarie per lo smart charging dei veicoli elettrici e il dispiegamento appunto di tutti gli elementi smart.
In ultimo - Presidente, mi avvio verso la conclusione - abbiamo di fronte una sfida che di fatto non possiamo governare con decreti raffazzonati. Il problema del caro energia è strutturale e nasce da un mercato mal disegnato e da una dipendenza del gas che non ha prospettive di essere superata, ma non si risolve con 315 milioni di euro distribuiti da qualche rimodulazione di incentivi preesistenti. Poi, appunto, come dicevo, c'è il tema del carbone. Lo ripeto perché merita di essere detto chiaramente in quest'Aula. Rinviare al 2038 l'uscita dall'energia da carbone, dopo 13 anni appunto rispetto alla scadenza originaria del 2025, non è una risposta energetica. È piuttosto una sconfitta. Lo è per il clima, lo è per la salute pubblica, lo è per la credibilità internazionale dell'Italia.
Insomma, il Partito Democratico ha dimostrato in questa sede di avere idee, competenze tecniche e la volontà politica per costruire una risposta all'altezza di questa sfida. Le proposte che abbiamo portato in Commissione sono un'alternativa per governare questo processo in modo organico e tecnicamente fondato. Ma questo provvedimento, nella sua formulazione attuale, è insufficiente. Non affronta le cause strutturali del caro energia, non investe in una filiera di rinnovabili e ci consegna a nuove dipendenze dal gas, e ora anche dal carbone. Insomma, non aiuta davvero le famiglie e le imprese. L'Italia merita una politica energetica seria, strutturale e capace di guardare al 2030, e non solo al prossimo slogan.